QUANTITÀ
DI VOCALI E SILLABE:
La poesia
latina
è una poesia
quantitativa,
a differenza della poesia
italiana,
che è accentativa
(o
qualitativa):
il sistema metrico latino non è basato, come l’italiano, su una
opposizione tra sillabe accentate e sillabe non accentate, ma su una
tra sillabe lunghe e sillabe brevi.
N.B.:
anche la cosiddetta metrica barbara di Carducci si basa su un ritmo
accentativo.
Vi sono delle differenze molto importanti tra il sistema fonetico
italiano e quello latino.
Nel
sistema italiano → le vocali “e”
e
“o”
in
sillaba tonica possono essere chiuse o aperte.
Es.:
è - é / ò – ó
Nel
sistema latino → tutte le vocali possono essere brevi o lunghe.
Es.:
ă – ā / ĕ – ē / ĭ – ī / ŏ – ō / ŭ – ū
Il
parlante latino non distingueva tra i diversi gradi di apertura dello
stesso suono vocalico, ma tra i diversi gradi di lunghezza.
In
Italiano → l’apertura (la qualità)
delle vocali ha valore
distintivo:
Es.:
pèsca – pésca / còrso – córso / ecc.
In
Latino → la quantità
delle vocali ha valore distintivo:
Es.:
vĕni
(imp. pre. 2°s) – vēni (perf. ind. 1°s)
pālŭs
(gen. pālī > palo) – pālūs (gen. pălūdis > palude)
N.B.: In
italiano → la differente lunghezza delle vocali o delle sillabe non
è avvertita dai parlanti.
In
latino → il differente grado di apertura delle vocali non è
significativo nel latino classico, nel quale le vocali lunghe
sono più chiuse delle corrispondenti vocali brevi.
Le vocali latine possono dunque essere lunghe o brevi.
In
alcuni casi (come la vocale finale di mihi,
tibi, sibi
ecc.), la vocale ammette sia la misurazione breve sia quella lunga:
la scelta delle due possibilità è lasciata, per quanto riguarda il
sistema metrico, all’arbitrio del poeta.
Per
quanto concerne la lingua parlata, si può ritenere che queste vocali
fossero di regola pronunciate brevi: si parla allora di vocale
ancipite, anche se l’ambiguità del termine che viene utilizzato da
alcuni studiosi anche per indicare l’elemento che nello schema del
verso può essere realizzato mediante una breve e una lunga (o due
brevi), presso i grammatici antichi veniva risolto adottando per
queste vocali il termine dichronos
(‘di due tempi’ o ‘di due unità di tempo’), con doppia
possibilità di misurazione.
N.B.:
I grammatici antichi utilizzavano questo termine in un senso diverso,
per indicare le vocali che presentano la stessa forma grafica sia per
la lunga che per la breve.
Segni
diacritici: ( ˉ
) lunga
/ (
˘ ) breve
/ (
˘ + ˉ
) ancipite
La sillaba è un insieme di uno
o più fonemi, in cui vi è una vocale.
Le regole della sillabazione latina sono, salvo qualche eccezione, le
stesse della sillabazione italiana. Eccezioni:
a)
ogni sillaba contiene una sola vocale o un dittongo, ma bisogna fare
attenzione ai grafemi “i” e “v”, in quanto possono essere
sia vocali che consonanti:
“i”
vocale
-
“i”
“j”
consonante
“u”
vocale
-
“v”
“v”
consonante
La
“i” inziale antevocalica è di regola consonanti (iam,
ius,
iacio),
con l’eccezione di alcune parole di origine greca (“iambus”).
La
“i” intervocalica è anch’essa di regola consonantica e
talvolta la si trova rappresentata con due grafemi “j”. In quel
caso la prima delle due “j” fa sillaba con la vocale precedente,
la seconda con la successiva.
Es.:
“maior”
→ “maj-jor”.
La
“u” è sicuramente vocalica dopo “q-” e dopo “-ng-”.
La
“u” è consonantica sia in posizione antevocalica che
intervocalica (come la “i”). Tuttavia essa può essere
consonantica anche quando si trova tra consonante e vocale, in caso
di dubbio bisogna usare il vocabolario.
Inoltre
la “h”:
-
se si trova all’interno della parola tra due vocali, ha l’unica
funzione di far vedere che le due vocali non formano un dittongo;
-
dopo una consonante o in inizio di parola serve solo a dare il senso
di aspirazione → grammatici latini → “nota
aspirationis”.
b)
una consonante compresa tra due vocali fa sillaba con la successiva;
c)
se vi è un gruppo di consonanti tra due vocali, la prima consonante
fa sillaba con la vocale che precede, la successiva con quella che
segue (es.:
“al-ter”).
N.B:
“x” e “z” sono consonanti doppie → “cs” e “ts” →
es.:
“dixi”
→ “dic-si”.
La
“s” impura (“s” seguita da consonante) fa sillaba con la
vocale precedente e non con la seguente; mentre se le consonanti
sono tre, la prima e la seconda appartengono alla prima sillaba.
Es.:
“caestus”
→ “caes-tus”.
d)
I
gruppi consonantici “muta
cum liquida”
non vengono separati, salvo qualche licenza poetica nella poesia
classica. In questo caso la sillaba precedente è aperta e può
essere sia lunga che breve (entrambe le misurazioni → “communis”
→ ancipite),
rispetto alla quantità della vocale. Es.:
“patrem”
→ “pa-trem”.
Tuttavia
se le “muta
cum liquida”
fanno parte di due componenti di una parola composta non
appartengono mai alla stessa sillaba. Di conseguenza la sillaba
precedente è chiusa e quindi sempre lunga. Es.:
“abrumpo”
→ “ab-rumpo”.
N.B.:
e)
riguardo alle sillabe finali, la consonante finale di una parola fa
sillaba con la vocale che la segue se la parola successiva inizia
per vocale. Es:
“genus
omne”
→ “ge-nu-som-ne”.
Se
una parola termina con sonsonante muta e segue una parola che inizia
con una liquida, le due consonanti restano separate nella
sillabazione.
Es.:
“ut
rupes”
→ “ut- ru-pes”.
Per
quanto riguarda la “h” iniziale, essa non provoca la chiusura
della sillaba finale della parola precedente terminante in
consonante. Es.:
“ad
loquor hoc”
→ “ad-lo- quo-rhoc”.
Le sillabe si dividono in:
-
quando terminano in consonante;
-
se la vocale al suo interno è lunga;
-
se contiene un dittongo;
-
quando terminano in vocale;
-
se la vocale al suo interno è breve.
Inoltre le sillabe si dividono in:
-
sono sempre lunghe le sillabe chiuse, poiché contengono una vocale
lunga o un dittongo, o terminano in consonante;
-
sillabe aperte, se hanno all’interno una vocale lunga;
-
le sillabe chiuse con vocale breve si dicono lunghe “per
posizione”;
-
le sillabe lunghe perché formate da una vocale lunga o da un
dittongo si dicono lunghe “per natura”.
-
se la vocale al suo interno è breve.
N.B.:
per
la collocazione dell’accento e per il sistema metrico in generale,
è la quantità sillabica e non quella vocalica a essere rilevante.
REGOLE
PRATICHE PER IL RICONOSCIMENTO DELLE QUANTITÀ:
La quantità delle sillabe interne aperte non è sempre riconoscibile
a
priori
senza l’ausilio del dizionario, in alcuni casi dipende da regole
morfologiche. Per esempio per quanto riguarda le vocali
predesinenziali di alcuni tempi e modi verbali. Es.:
-
vocale predesinenziale del presente indicativo della IV° è lunga →
“audīmus”;
-
vocale predesinenziale del presente congiuntivo di tutte le
coniugazioni → “amēmus
– moneāmus – legāmus – audiāmus”;
-
vocale predesinenziale del presente indicativo dei verbi in -io
della III°la vocale è breve →
capĭmus.
Ove nessuna regola morfologica venga in aiuto, vi sono delle norme
generali:
a)
i dittonghi sono sempre lunghi → una sillaba aperta uscente in
dittongo è lunga;
b)
una vocale che precede un’altra vocale senza creare dittongo, se
originariamente lunga si abbrevia (“vocalis
ante vocalem corripitur”),
se originariamente breve, resta breve. Vi sono tuttavia delle
eccezioni nella poesia classica:
-
la “a” e la “e” del vocativo dei nomi propri in “-aius”
e “-eius”
della II decl. è lunga. Es.:
Gāi;
Pompēi;
-
la desinenza arcaica “-ai”
del gen. della I decl. è lunga. Es.:
Rosāi;
Aquilāi;
-
la desinenza “-ei”
del gen. e dat. della
V decl. quando è preceduta da “i” è lunga. Es.:
Diēi;
fidĕi;
-
in “Diana”
la “i” non è mai lunga;
- i
nomi greci mantengono in genere la loro quantità originaria.
Es.:
Aenēas;
āer.
c)
la “h” se collocata tra due vocali, non impedisce l’abbreviamento
della prima.
Es.:
dĕhisco.
Tuttavia
nelle interiezioni “ohe”
ed “eheu”
si incontra anche la misurazione lunga della prima sillaba;
d)
vi sono casi di alternanza quantitativa nei temi della III decl. con
nom. monosillabico. Es.:
bōs,
bŏvis; mār, măris; sāl, sălis;
ecc;
e)
Le
parole derivate e i composti presentano di regola la stessa quantità
della parola da cui derivano. Es.:
cădo
→
incĭdo.
Può
accadere però che due parole appartenenti alla stessa famiglia
presentino quantità diverse, se la radice presenta apofonia. Es.:
fĭdes
→ fīdo
→ diffīdo
→ confīdo;
f)
le vocali che risultano da una contrazione di due vocali sono lunghe.
Es.:
co-ago
→ cōgo;
nihil
→ nīl;
g)
in alcuni casi la quantità di una vocale interna può essere
oscillante:
-
nel perfetto congiuntivo la “i” era originariamente lunga
(fuerīmus,
fuerītis),
mentre nel futuro anteriore è sempre stata breve (fuerĭmus,
fuerĭtis).
Nella poesia classica in ambo i casi di può presentare la
misurazione lunga;
-
la terza persona plurale del perfetto indicatiuvo può presentare
“-ĕrunt”
oltre che
“-ērunt”.
SILLABE
USCENTI IN VOCALE:
Se la sillaba termina in vocale è naturalmente aperta e la sua
quantità dipende dalla quantità della vocale. Per i monosillabi,
la vocale finale è sempre lunga nei monosillabi ortotonici
(dotati di accento proprio); è breve nei monosillabi enclitici,
che si appoggiano nella pronuncia alla parola precedente: -que;
-ve; -ne; -ce; -pte; -te
e nell’indefinito -qua.
Per le parole polisillabiche, la quantità della vocale finale può
essere riconosciuta secondo le seguenti regole:
a)
la “a” finale di regola è lunga, ma è breve:
-
nel nom. e voc. singolare della I decl.;
-
nel plurale dei neutri;
-
nell’acc. singolare dei nomi di origine greca della III decl.
declinati alla greca;
-
In “quia”
e “ita”.
In “contra”
e “frustra”
è breve nel periodo arcaico, lunga nel periodo classico e di
nuovo breve nel IV sec. d.C.;
-
nei nomi dei multipli di dieci in “-a”, a partire da Marziale.
b)
la “e” finale è di regola breve. È lunga:
-
nell’abl. singolare della V decl.;
-
nella seconda persona singolare dell’imperativo presente attivo
della II°;
-
negli avverbi formati da aggettivi della prima classe; tranne per
“bene”
e “male”
in cui è breve;
-
quando rappresenta una traslitterazione della “η”
greca.
c)
la “i” finale è di regola lunga. Può essere misurata sia breve
che lunga in:
ibi;
mihi; tibi; sibi; ubi; uti.
Nella
poesia classica è breve:
-
in “nisi”
e “quasi”;
-
nel voc. e nel dat. dei nomi greci in “-is”
passati alla III decl., quando il poeta preferisca mantenere la
declinazione originaria. Es.:
Parĭ;
Minoidĭ;
-
in “cui”,
quando si adotta la scansione bisillabica pirrichia.
d)
la “o” finale è di regola lunga.
È
breve nell’arcaico “endo”
(attestato unicamente in Ennio).
Può
essere lunga o breve negli avverbi “modo”,
dove la misurazione breve è più frequente, e “cito”,
che dall’età classica diventa regola (breve).
In
età classica la misurazione breve della “o” di “ego”
e “duo”
è costante.
A
partire da Orazio la “o” finale tende ad abbreviarsi in diversi
casi:
-
nel nom. della III decl.;
-
nella prima persona singolare del presente e del futuro anteriore
indicativo e nell’imperativo futuro;
-
nell’abl. del gerundio;
-
negli indeclinabili → octŏ;
serŏ;
immŏ;
ecc.
e)
la “u” finale è di regola lunga. È breve solo negli arcaici
“indu”
e “noenu”.
Nel
nom., acc., e voc. dei neutri della IV decl. (cornŭ;
genŭ)
la quantità è incerta, anche se nella poesia classica la
misurazione normale è comunque lunga;
f)
la “y” finale è breve in “moly”
→ nome dell’erbache Hermes donò a Odisseo per proteggerlo
dagli incantesimi di Circe.
2.
SILLABE USCENTI IN CONSONANTE:
Se la parola termina in consonante diversa da “s”, la vocale è
di regola, in epoca classica, breve. È lunga:
a)
in diversi monosillabi (cūr,
fūr,
Lār,
vēr,
fār,
sōl,
nōn,
sīc,
pār,
ecc.) e nei composti di “pār”;
b)
in alcune parole abbreviate per apocope → dīc;
dūc;
sīn,
ecc.; gli avverbi hīc,
hāc,
hūc,
istīc,
illīc,
ecc; gli ablativi hōc
e hāc;
c)
quando la vocale finale è il prodotto di una contrazione. Es.:
periit
→ perīt;
d)
in “hallēc”;
e)
nella sillaba finale di diversi nomi greci uscenti in “-ν”
o in “ηρ”
si incontra la quantità lunga originaria.
Se la parola termina in “s”, valgono le seguenti regole:
a)
la “a” di “-as”
è lunga. È breve:
-
in “anăs”;
-
nei nomi greci in “-as”
e “-ados”;
-
nell’acc. plurale dei nomi della III decl. declinati alla greca.
b)
la “e” di “-es”
è di regola lunga. È breve:
-
nel nom. e voc. Singolare dei temi in dentale della III decl. →
milĕs;
equĕs,
ecc.
Tuttavia
è lunga in → pēs;
abiēs;
quiēs;
pariēs;
-
in “ĕs”
(seconda persona del presente indicativo di “sum”)
e nei composti (adĕs;
prodĕs;
abĕs,
ecc.).
La
seconda persona di “edo”
è lunga “ēs”;
-
in “penĕs”;
-
nel nom. singolare neutro e nel nom. plurale dei temi della III decl.
declinati alla greca.
c)
la “i” di “-is”
è di regola breve. In “sanguis”
può essere sia breve che lunga. È lunga:
-
nel plurale → ciuīs;
rosīs;
lupīs;
nobīs;
ecc.;
-
nella seconda persona del presente indicativo della IV° (audīs)
e di alcuni verbi irregolari (vīs
e composti di vīs
e fīs);
-
nella seconda persona del congiuntivo presente, nei verbi in cui esce
in -īs
(sīs;
velīs;
malīs;
nolīs;
ecc.);
-
in vīs;
līs;
Quirīs;
Samnīs;
-
in alcune parole di origine greca → Delphīs;
Salamīs;
Simoīs.
d)
la “o” di “os”
è di regola lunga. È breve in:
-
ŏs,
ossis
(lunga in ōs,
oris);
-
compŏs;
impŏs;
-
quando traslittera un “-oς”
greco → Delŏs;
melŏs.
e)
La “u” di “-us”
è di regola breve. È lunga:
-
nel nom. e nel voc. della III decl.;
-
in grūs
e sūs;
-
nel gen. singolare
e nel nom., acc., voc. plurale
della IV decl.;
-
nel gen. singolare
dei nomi greci che hanno il genitivo in “-oυς”
→ Pantūs;
Sapphūs.
f)
la “y” di “ys”
è di regola breve e si incontra solo in parole greche
(“chlamys”).
È
lunga in “Tethys”
ed “Erinnys”.